Le complicanze conseguenti un’operazione, che erano prevedibili ma non prevenibili, non comportano responsabilità medica. È quanto affermato dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 6593/2019.

IL CASO: I familiari di un uomo, deceduto a seguito di intervento chirurgico di valvuloplastica mitrale, agivano in giudizio nei confronti della struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento dei danni. In primo grado la domanda veniva rigettata, con conferma anche in appello, avendo i giudici ritenuto che il decesso non potesse ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze prevedibili ma non prevenibili, con conseguente esclusione di comportamenti imperiti, imprudenti o negligenti da parte dei medici. Veniva allora proposto ricorso per Cassazione

LA DECISIONE: la Suprema Corte ha ritenuto infondati tutti i motivi del ricorso ed ha ribadito che, secondo l’orientamento ormai consolidato della Corte stessa, anche in ambito di responsabilità professionale sanitaria, il danneggiato non ha l’onere di dover provare la colpa del sanitario, ma ha l’onere di provare il nesso di causalità tra la condotta del sanitario e il danno lamentato. Secondo gli ermellini la Corte territoriale aveva correttamente escluso la responsabilità dei sanitari nel caso di specie, sia in fase pre-operatoria, che intra-operatoria ed anche post-operatoria. È stato quindi correttamente esclusa qualsiasi condotta colposa dei sanitari: è evidente infatti che non vi era alcuna possibilità di soluzioni alternative che avrebbero consentito un prolungamento della vita del paziente o una migliore qualità.