Se un medico che viene chiamato in un reparto diverso per un consulto specialistico, ha gli stessi doveri dei sanitari che hanno in cura il paziente presso un determinato reparto.

È quanto affermato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 24895/2021 sez. IV penale.

Ogni sanitario deve  controllare l’attività svolta dagli altri colleghi, anche in caso di differente specializzazione, per verificare se i medesimi abbiano operato correttamente e, nel caso, anche rimediare a loro eventuali errori, evidenti e non settoriali, in relazione ai quali siano sufficienti le comuni conoscenze scientifiche del professionista medio.

Con la sentenza in discorso, gli Ermellini hanno posto interessanti principi in materia di responsabilità professionale sanitaria:

  1. IL MEDICO SPECIALISTA NON PUÒ LIMITARSI AD EFFETTUARE LA DIAGNOSI: lo specialista dopo la diagnosi deve anche prescrivere la terapia, interessarsi del paziente e somministrare i farmaci salvifici personalmente, o almeno verificare che altri lo facciano.
  2. COOPERAZIONE MULTIDISCIPLINARE: sussiste la responsabilità del medico che ha chiesto il consulto perché ogni sanitario è tenuto ad operare con la diligenza e la prudenza dovute in base alle specifiche mansioni svolte. Di conseguenza ciascun sanitario deve conoscere e valutare l’attività precedente o contestuale, svolta da altro collega. Non vale ad esimere da responsabilità la circostanza che il collega sia più anziano, perché il medico non può fidarsi in maniera acritica dei colleghi più anziani, come precedentemente affermato dalla Cassazione stessa (Cfr. Cass. n. 39727/2019).
  3. GARANZIA DA CONTATTO SOCIALE: il medico che all’interno di una struttura sanitaria viene chiamato per un consulto specialistico, in virtù del c.d. “contatto sociale”, assume una posizione di garanzia della tutela della salute del paziente e deve salvaguardare dell’integrità del paziente al pari dei medici che lo hanno in carico.

IL CASO: una donna giungeva in pronto soccorso presentando evidenti sintomi di meningite. Due medici  che avevano in consegna la paziente, non iniziavano immediatamente la terapia antibiotica, prescritta dalle line guida. La donna riportava lesioni personali ed intraprendeva azione penale nei confronti dei medici che, condannati, ricorrevano per Cassazione.

LA DECISIONE: la Suprema Corte ha accolto il ricorso per carenza di motivazione riguardo al nesso di causalità tra la condotta colposa contestata ai sanitari ed il danno lamentato dalla donna (ipoacusia).  Interessante la sentenza per i principi in essa affermati.