E’ quanto ha stabilito la Suprema Corte sez. IVpenale, con la sentenza n° 33609 del 1° Agosto 2016, ribadendo un principio già espresso in una  precedente pronuncia del 2008.

Nel caso in cui un soggetto affetto da tendenze suicide si tolga la vita mentre è  in cura presso uno psichiatra, quest’ultimo risponde dell’evento.

Il caso all’esame della Corte di Cassazione riguardava una donna, sofferente da molto tempo di una grave forma di depressione, ansia, insonnia, ideazione negativa a sfondo suicidario e labilità emotiva, che si è tolta  la vita dopo vari precedenti tentativi di suicidio, noti allo specialista psichiatra che l’aveva in cura.

Trattandosi di soggetto ad alto rischio, sarebbe stato necessarioattuare nei confronti della paziente una strettissima sorveglianza, 24 ore su 24, non essendo sufficiente limitarsi alla cura farmacologica, cosa che invece non è stata effettuata.

I Giudici hanno considerato la costante ed ormai consolidata  giurisprudenza, in base alla quale  “il medico psichiatra deve ritenersi titolare di una posizione di garanzia nei confronti della paziente, con la conseguenza che lo stesso, quando sussista il concreto rischio di condotte autolesive, anche suicidiarie, è tenuto ad apprestare specifiche cautele” (vedi per tutte Cass. pen., Sez. IV, 27 novembre 2008, n. 48292) ed hanno evidenziato la particolare negligenza del medico il quale addirittura, poche ore prima dell’avvenuto suicidio, aveva deciso di interrompere la somministrazione di medicinali precedentemente assunti dalla donna.

Eppure le condizioni della paziente dovevano indurre lo psichiatra a prevedere il rischio di un ulteriore tentativo di suicidio. Egli ha invece operato con “manifesta superficialità e scoperta negligenza”.