Per dimostrare la responsabilità del medico, il paziente danneggiato deve fornire la prova della sussistenza del contratto con la struttura sanitaria (“contratto di spedalità “) e che l’operato dei sanitari gli ha procurato un aggravamento della situazione patologica oppure l’insorgenza di patologie che il medesimo non aveva in precedenza.

È quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 5128/2020 affermando che, in ambito di malasanità,  “ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile“.

Più in generale, nel nostro ordinamento, la regola della ripartizione dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c. è fondamentale, in quanto permette di determinare con precisione quale sia il soggetto che deve dimostrare i fatti per cui è causa. Fermo restando che il giudice può disporre di mezzi di prova anche d’ufficio, in alcuni casi, ex art. 183 c.p.c.

In base alla regola della ripartizione dell’onere della prova, chi intenda far valere un diritto in giudizio deve fornire la prova dei fatti a fondamento, secondo quanto stabilito dall’art. 2697co.1 c.c.